Questo fine settimana ho letto un bel libro. Si chiama “L’eleganza del riccio“, e racconta la storia di una portinaia di nome Renée.
Ma questo fine settimana era Pasqua, e io come al solito, sono stata in Abruzzo, non nei luoghi del terremoto ma sulla costa, dove ci sono migliaia e migliaia di sfollati.
Ho visto una coppia che mi raccontava dell’esplosione letterale della loro casa. Parde, madre e un bimbo di cinque o sei anni.
Poi c’era una donna incinta e una signora di una certa età, che non rinunciava la vezzo di un rossetto fucsia nonostante raccontasse di non avere più la casa.
Un’altra invece stava continuamente in macchina, terrorizzata dall’accaduto e con zero voglia di tornare tra i monti.
Tutti dignitosi, tutti raccolti nei loro pensieri. Tutti tristi. Poi è venuta la pioggia, e il grigiore del cielo si è sommato alle difficoltà del caso: bambini costretti al coperto, feste cittadine annullate. E altri disagi. Una Pasqua surreale e diversa.
I terremotati oggi, e soprattutto domani, hanno e avranno bisogno di tante cose, che chiedono (a bassa voce, senza pretendere). Secondo me però la necessità più forte è per molti: parlare. Per non sentirsi soli, e per riscoprirsi vivi nonostante tutto.
Tutti avevano voglia di raccontare, condividere, esorcizzare quello che è successo.
Ma ascoltare spesso fa male, perché ti mette di fronte all’evidenza, e ti dimostra in modo sfacciato quanto sei fortunato a stare qui a scrivere cavolate…